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Passione Vino

Franco Mantello, collezionista torinese classe 1954, è appassionato di questi “quadrati di carta” da quando era un ragazzino e possiede esemplari provenienti da ogni parte del mondo. Una raccolta di etichette di vino composta da più di 50mila pezzi racconta la storia della viticoltura italiana e mondiale, l’attività delle cantine e l’evoluzione dei vini.


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Il vino torna ad essere materia di collezionismo e sono sempre di più gli appassionati che annualmente decidono di investire in bottiglie pregiate.
Sotheby’s e Christie’s le due case d’asta per eccellenza, ne organizzano almeno una all’anno, ma sono pochi i fortunati acquirenti che possono permettersi le rare e preziosissime bottiglie messe all’incanto.  Così, ormai già da qualche anno, molti collezionisti appassionati di enologia hanno preferito dedicarsi alle etichette di vino, facendo tornare in auge questo settore del collezionismo certo meno costoso, ma comunque capace di dare grandi soddisfazioni.
A parlarci di etichette è Franco Mantello, collezionista torinese classe 1954, appassionato di questi “quadrati di carta” da quando era poco più che dodicenne. La sua raccolta composta da 50mila pezzi catalogati – e da molti di più ancora da schedare – racconta la storia della viticoltura italiana e mondiale, l’attività delle cantine e l’evoluzione dei vini.
Oggi Franco è da quattro anni presidente di A.I.C.E.V. – Associazione Italiana Collezionisti Etichette del Vino – per la quale organizza eventi e soprattutto giornate scambio, fondamentali per arricchire ogni collezione.



Franco, come molti piemontesi, lei colleziona etichette di vino. Oltre al fatto che la sua regione è rinomata per i suoi vini in tutto il mondo, c’è un altro motivo che l’ha spinta a cominciare questa raccolta?
Mi hanno sempre incuriosito fin da quando ero ragazzino. Le prime le ho iniziate a raccogliere proprio allora. Andavo spesso in vacanza nelle Langhe con la mia famiglia e ci fermavamo a visitare delle cantine. Quelle prime etichette, però, sono rimaste chiuse in una scatola per diversi anni fino a quando, nel 1990, ho ripreso a cercarle. Oggi possiedo una raccolta consistente che continuo ad alimentare.

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La sua collezione, ancora solo in parte catalogata, comprende numerosi esemplari provenienti da ogni parte del mondo…
Esatto, non ho mai limitato geograficamente le mie ricerche. Possiedo etichette provenienti da quasi tutti i Pesi produttori di vino, dall’Occidente all’Oriente da Nord a Sud. Devo però ammettere che ho sempre avuto un particolare interesse per i vini prodotti dai Paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo. Ho così etichette provenienti dalla Grecia, dalla Libia, dal Marocco, da Cipro e così via. Non è stato facile ottenerle, ho dovuto fare molta ricerca attraverso le ambasciate dei diversi Paesi, per poi richiederle cantina dopo cantina. Allora non si usavano le email e quindi i tempi per avere dei riscontri erano dilatati.

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Esistono delle differenze tra le etichette italiane e quelle straniere?
Non differenze sostanziali. La cosa che si nota principalmente è che ogni targhetta rappresenta il proprio Paese o la propria regione con elementi caratteristici. Per esempio ci sono etichette provenienti da Israele che raffigurano i kibbuz, quelle provenienti dal Giappone che hanno i classici ideogrammi o quelle dei vini prodotti nell’isola di Capo Verde che raffigurano il tipico paesaggio locale. Lo stesso accade in Francia con gli Châteaux e così via.

Documentandomi su questo tipo di collezionismo e parlando con diversi suoi colleghi ho appreso che le etichette più preziose sono quelle che non sono mai state incollate su una bottiglia, ma che provengono direttamente dall’azienda produttrice o dalle tipografie…
Non so dire se siano più preziose, è certamente vero, però, che le etichette spedite dalle aziende sono in perfette condizioni, lisce e senza macchie o lacerazioni. Molte aziende le danno volentieri a noi collezionisti, anche perché tramite gli scambi diventiamo una sorta di veicolo pubblicitario, altre invece sono restie poiché temono contraffazioni. Un altro motivo per cui si richiedono è perché oggi si usano delle colle viniliche molto forti che rendono difficilissimo il processo di rimozione dell’etichetta dalla bottiglia. Anche vecchie  tipografie possono essere una fonte per recuperare materiale di questo tipo.

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Lei possiede anche una serie di etichette molto antiche che risalgono alla seconda metà dell’Ottocento…
Sì possiedo tutta la serie delle etichette prodotte dalla Varvelli di Asti. Sono molto particolari, anche se c’è da dire che le etichette piemontesi in generale, rispetto a quelle di altre regioni, sono più austere e si sono sviluppate da un punto di vista creativo solo in un secondo momento.

La storia delle etichette di vino è molto antica e risale addirittura all’epoca romana, allora si parlava di incisioni su boccali o brocche di coccio. Quando l’etichetta inizia a diventare simile a quelle che conosciamo oggi?
Le prime etichette in carta o in altri materiali come targhette di legno risalgono al Seicento dopo l’invenzione del monaco benedettino Dom Perignon, che con il suo metodo Champenoise, ha consentito alla bottiglia di vetro di entrare nel mondo dell’enologia e con essa anche l’etichetta. Ovviamente all’inizio era solo un metodo per identificarne l’anno, la provenienza e la tipologia di vino. Erano perlopiù piccole pergamene con informazioni scritte a penna d’oca. Esistono anche etichette di metà Settecento, stampate a torchio. Di queste se ne conoscono rarissimi esemplari come quelle della ditta Claud Moët – oggi Moët Chandon – oppure l’etichetta tedesca di Rüdesheimer Berg della Dilthey Sahl.

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Con l’invenzione della litografia nel 1796, tutto è cambiato…
Sì, le etichette si sono arricchite di dettagli e font. Dalle classiche scritte in Bodoni o stile gotico, iniziano a diventare quasi delle piccole opere di design. Non è un caso che sono stati tantissimi gli artisti chiamati dalle aziende per disegnare le loro etichette, soprattutto nel Novecento. In Italia, la Toscana è sicuramente stata tra le regioni più creative.

Noto che la sua collezione presenta anche delle sottocategorie…
Da buon piemontese colleziono anche le etichette dei vermut e dei liquori. C’è da precisare che solitamente un collezionista di etichette personalizza la propria raccolta seguendo uno o più temi, c’è chi preferisce le etichette dei vini DOC, chi quelle con soggetti come paesaggi, chi quelle realizzate da artisti e così via. Per esempio io possiedo una bella collezione di etichette con soggetti religiosi: frati, vescovi, papi tra i tanti.



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Possiede esemplari particolari o che preferisce?
Sì tanti, le faccio due esempi: una è un’etichetta molto rara di Chateau Pétain, vino prodotto per un solo anno dal maresciallo Pétain, capo del governo collaborazionista di Vichy. Non ne produsse più perché con la liberazione della Francia venne deportato in Germania. E poi un’etichetta gigantesca, staccata da un bottiglione di vino da ben undici litri, con un sacerdote seduto vicino alla botte.

Un’etichetta è spesso accompagnata da altri elementi…
Esatto, da tre parti: l’etichetta, la contro etichetta – non sempre presente – e dal collarino. Se in una collezione ci sono tutti gli elementi è sempre meglio.

Possiamo parlare di quotazioni?
Come le dicevo è molto difficile, spesso hanno più un valore affettivo. È pur vero che per quelle realizzate prima della Seconda Guerra Mondiale, si può partire dalle 50/60 euro e salire.


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