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Dal Louvre i capolavori di Camille Corot
Dall’accordo tra il Louvre e il Comune di Verona, una grande esposizione dedicata al grande maestro francese. A Verona, Palazzo della Gran Guardia, 100 dipinti fino al 7 Marzo 2010

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Camille Corot, La vasque de la Villa Médicis, © Musée des Beaux-Arts de la Ville de Reims. Photo. Devleeschauwer

E’ dedicata a Corot la prima iniziativa congiunta frutto dell’ accordo pluriennale tra il Comune di Verona e il Musée du Louvre, per la coproduzione di almeno due grandi esposizioni e lo sviluppo di una più ampia collaborazione. Considerato dai più come “l’ultimo dei classici e il primo dei moderni”, Corot è uno dei maggiori artisti francesi nel secolo dell’Impressionismo, nella cui formazione hanno inciso profondamente i viaggi in Italia. La mostra presenta un percorso espositivo di circa 100 dipinti, del maestro francese e degli artisti a cui si è ispirato o che ha influenzato, in un arco temporale di quattro secoli, da Poussin a Picasso. La posizione di rilievo che Corot occupa nella pittura del XIX secolo è strettamente connessa con il suo ruolo di ponte tra tradizione e modernità. La sua particolare interpretazione del paesaggio trae ispirazione dal naturalismo europeo del Seicento.

Nel percorso espositivo emerge progressivamente il suo stile sobrio e luminoso e si potrà comprendere come l’arte di Corot abbia profondamente influenzato non solo la prima generazione di impressionisti, ma a suo modo anche i fauves, i cubisti e l’arte astratta, in una qualità di rapporti e sfumature che saranno evidenziati dall’accostamento tra le sue creazioni e quelle di artisti come Monet, Renoir, Cézanne, Mondrian, Braque e Picasso, concesse in prestito dal Louvre, da altri musei francesi come l’Orsay e il Marmottan e da prestigiosi musei internazionali, da Los Angeles a Filadelfia, da Rotterdam a Ginevra.

La mostra
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Camille Corot, Notre-Dame et le pont Saint-Michel, 0.25 x 0.31 m., Beauvais, Musée départemental de l’Oise (Inv. 90.2)

Con opere di Poussin, Lorrain e Carracci, la mostra si apre con una sezione introduttiva dedicata al paesaggio come genere, a partire dai canoni della tradizione classica. Utilizzato come fondale nelle opere di storia o di altri generi pittorici, il paesaggio diventa autonomo a partire dal Seicento, come “paesaggio storico o eroico”, nel quale la rappresentazione della natura è importante almeno quanto il racconto che ospita. La comparsa del paesaggio pastorale rafforza questo nascente primato della natura e affida al racconto un ruolo secondario. Lo sviluppo dello studio all’aperto è infine testimone della tendenza a dipingere “paesaggi puri” e a invertire i generi a vantaggio “della veduta”, fino a dipingere la natura “in quanto tale”.
Ammiratore di Poussin e di Lorrain, formatosi con maestri del Neoclassicismo come Michallon e Bertin, Camille Corot ha costruito i suoi principi estetici sull’eredità dei grandi paesaggisti europei del XVII secolo. Non abbandonerà mai il paesaggio storico, sino alla fine della sua vita, esponendo spesso al Salon dipinti di questo genere. La nozione stessa di “souvenir”, che svilupperà dopo il 1860, proviene in fondo dal suo attaccamento ai paesaggi che ospitano un racconto, dove la natura è partecipe della stessa narrazione.
Corot ha avuto numerose fonti d’ispirazione visiva, ma soprattutto ha maturato la sua concezione della luce e dei colori in quello che fu il crogiolo di tutti i paesaggisti dal XVII secolo: Roma e l’Italia. Il lungo soggiorno del 1825 e le più brevi presenze nel 1834 e nel 1843, non furono soltanto l’occasione di dipingere di fronte alle rovine di Roma e nella campagna laziale, tra Venezia e il lago di Garda, ma di ritrovare la luce e l’idea della natura che i suoi illustri precursori avevano sviluppato nel “grand tour”. Di quella tradizione classica egli conserverà sempre i principi tecnici della raffinata “ricomposizione in studio”, pratica che si trova ancora nei famosi “souvenirs”.
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Camille Corot, Tivoli, le jardins de la Villa d’Este, Paris, Musée du Louvre (C) RMN - © Hervé Lewandowski

Tutti i trattati di paesaggio, fino a quello di Pierre-Henri di Valenciennes pubblicato nel 1800, insistevano sull’importanza delle lunghe ore passate a studiare questi “ornamenti”, copiando i maestri e la natura stessa. Avendo ricevuto un solido insegnamento nelle botteghe neoclassiche di Achille- Etna Michallon e di Jean-Victor Bertin, avendo dipinto per tre anni il paesaggio in Italia e avendo copiato i maestri del Louvre e letto i trattati teorici, Corot controllava completamente quest’approccio tecnico e artistico nei confronti degli elementi naturali. Ma, pur restando fedele ai principi della tradizione classica, proponeva sintesi originali, soluzioni nuove e variazioni personali che segneranno tutti i suoi successori.
L’ultima sezione della mostra cerca di dimostrare come Corot, dopo avere assimilato la tradizione classica e averla rigenerata, anticipa chiaramente l’evoluzione della pittura della fine della XIX e dell’inizio del XX secolo, esaminando allo stesso tempo la ricerca infinita sulla rappresentazione pittorica dei movimenti e delle vibrazioni della natura, la destrutturazione della forma e la sua ricomposizione, ma anche la seduzione di una visione più simbolica ed emozionale della natura, che porta verso l’astrazione.

•LA MOSTRA: “Corot e l’arte moderna. Souvenirs et Impressions”  - Palazzo della Gran Guardia VERONA - fino al 7 marzo. INFO: Tel. 199.199.111 - www.corotverona.it


 

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