La raccolta di Elisabetta Gulli Grigoni.
Servizio di Francesca Marcarino 
Particolare di un cuore - Collezione Grigioni
Elisabetta Gulli Grigioni, laureata in filosofia con una tesi su Claude Lévy Strauss, da oltre 30 anni si dedica alla raccolta e allo studio di oggetti e documenti grafici legati alla tradizione popolare e all’uso dei simboli, in particolare il cuore. Su questi temi collabora con riviste specializzate, cura esposizioni e cataloghi, è autrice di pubblicazioni e strumenti di studio. La sua grande casa-studio a Ravenna è letteralmente, piacevolmente, invasa da cuori (sono oltre 1.800 quelli antichi databili fra il ‘600 e la prima metà del ‘900; mentre di cuori ‘contemporanei’ ne ha collezionati innumerevoli: dal telefono, al palloncino, al mouse!). Cuori di tutte le forme, fogge, dimensioni affollano scaffali, pareti, deliziose piccole teche.
Ma qual è l’origine di questa ricorrenza ormai quasi mediatica? «Il dono metaforico del proprio cuore è il momento culminante della mistica dell’amore, tanto sacra che profana, diffusa in Europa nel Medio Evo. Il momento più alto del mistico rapporto era, poi, costituito dallo scambio simbolico dei cuori che esprimeva con la massima intensità la reciprocità del sentimento. Verso la metà degli anni Settanta, e pienamente negli anni Ottanta del secolo scorso abbiamo assistito a un revival generale del ‘privato’, dell’innamoramento e dell’amore.»

Particolare di un cuore - Collezione Grigioni
Una causa dell’attuale ‘rinvigorirsi’ del simbolismo del cuore va attribuita, senz’altro, al diffondersi della festa di San Valentino che, con il Natale e le feste della Mamma e del Papà, costituisce uno dei punti di forza del calendario del cuore.
Il San Valentino ha visto, inoltre, l’importazione dal mondo anglosassone di forme e oggetti che hanno ispirato grafici e designer. I settori in cui si è colto maggiormente il ritorno alla forma a cuore sono quelli dei gioielli e degli accessori.
«Si tratta di una tradizione importata - conclude - che si innesta però nella cultura autoctona, quella della civiltà contadina che ha riservato sempre molta importanza alle tradizioni amorose. Con la riscoperta di massa, del folklore, che in quanto a oggetti è stato un formidabile rielaboratore della forma a cuore, si sono riversati sul mercato, accanto alle anglosassoni ‘valentine’ (i classici cartoncini ornati da emblemi romantici, spesso ripresi dal repertorio vittoriano, da inviare per posta con o senza busta) cestini di vimini, trecce di paglia, pani e dolci, scatole di conchiglie o di balsa e stampi a non finire. È doveroso aggiungere, quale motivo di successo della simbologia cuoriforme, anche il generale recupero della cultura dell’ottocento, epoca in cui il cuore fu estremamente diffuso come motivo decorativo, sacro e profano».
“L’infanzia e l’adolescenza trascorse a Bolzano” racconta Elisabetta Gulli Grigioni, “hanno fatto sì che incontrassi presto la forma del cuore e me ne innamorassi: architettura, arredamento, tessuti, ricami, ornamenti, oggetti di artigianato...Tutte cose guardate, nelle vetrine della Laubengasse (Via dei Portici) con desiderio inappagato perché nell’immediato dopoguerra le possibilità economiche erano molto ridotte. Ebbi una culla tirolese con testata a forma di cuore nella quale non tenevo le bambole ma piccoli oggetti per me meravigliosi: fu la mia prima Wunderkammer.
Il primo pezzo acquisito con la consapevolezza della ricerca culturale e della collezione è un ferma catena scorrevole, fine Ottocento, in smalto blu e argento ornato da mezzaluna e stella, comperato a Tunisi nel 1971. Avevo comunque già acquistato altri oggetti cuoriformi. Gli oggetti più importanti li ho trovati alle mostre di Parma, specialmente durante il Mercanteinfiera. Ho comunque frequentato molti mercati e mercatini antiquari: Milano, Modena, Desenzano, Venezia, Padova, Fano, Arezzo, Pennabilli...Anche il mercatino di Ravenna è stato, ed è tuttora, luogo di notevoli acquisti. Poi, naturalmente, i negozi antiquari”.








