Intervista al Prof. Paolo Coen, docente dell’Università della Calabria e autore di numerosi saggi sulla Roma del ‘700

Particolare di: Giovanni Paolo Pannini Veduta di Roma moderna - Olio su tela, cm 172,1 x 233 - The Metropolitan Museum of Art - New York, USA
E’ curioso il fatto di parlare del mercato dell’arte da un punto di vista storico. Comincerei con il chiederle che tipo di città era la Roma del ‘700.
E’ una Roma che non può essere certo paragonata per vitalità, cosmopolitismo a capitali come Parigi oppure Londra, nel senso che non è modaiola. E’ una città ancora fortemente legata al passato, alla tradizione, al mondo classico, ma detto questo, è comunque un centro che viene visitato in continuazione, che possiede ricchissime biblioteche (come quella Vaticana o quelle di importanti famiglie nobiliari) frequentate da persone colte, nobili e borghesi di tutta Europa. Roma quindi, nonostante un’obiettiva crisi economica, in quel periodo era una città molto più viva di quanto si sia ritenuto finora.
Roma come polo nevralgico dell’arte oltre che della cultura. Da un punto di vista collezionistico quali pezzi era possibile trovare in quel periodo?
Secondo la storiografia tradizionale Roma è un serbatoio di opere da esportare, dai pezzi classici anche provenienti da scavi a quadri e sculture contenute in collezioni patrizie. La realtà è un po’ diversa: secondo studi più recenti si scopre che Roma si può considerare come un polmone, un centro di mercato che, non solo restituisce quello che il passato aveva fatto accumulare presso le collezioni private, ma è anche un centro che importa moltissimi quadri e opere di alto artigianato da altre città italiane ed europee, per essere vendute. Roma è quindi una grande piazza dove si può trovare di tutto. Una condizione che cambia solo con l’Ottocento.
In che senso?
Cambia per motivi politici. Dopo il 1797 con l’invasione di Napoleone e il Trattato di Tolentino, il Generale sottrasse e fece portare in Francia numerosissime opere di ineguagliabile valore.
Dopo il 1815 con la Restaurazione la politica papale è volta più a ricostruire un passato che non c’è più, piuttosto che proiettarsi nel futuro, anche in termini commerciali. In questo secolo cambia proprio l’intero quadro di riferimento. Per questo motivo è possibile riscontrare una continuità più con il secolo precedente, il Seicento, che con l’Ottocento.
Invece esistono esempi di continuità tra il settecento e oggi?
Mi viene in mente come esempio di continuità tra passato e presente un episodio riportato dalle cronache di recente.
Un nobile veneziano con la complicità del personale in servizio presso suoi amici, faceva fotografare dei dipinti, che una volta riprodotti con stampe di ottima qualità su tele delle stesse dimensioni, venivano sostituiti dagli stessi servitori.
Questo inganno che aveva consentito al nobile truffatore di vendere gli originali è andato avanti alcuni anni. Simili trucchi sono stati ampiamente usati nel settecento romano.

Bisogna pensare che oggi nonostante il mercato globalizzato, vi è una forte discrasia tra i regimi di vita condotti nel mondo occidentale e quelli dei paesi in via di sviluppo: con ciò che si spende per cose di poco valore nei primi si può acquistare nei secondi addirittura una casa.
Proiettando queste considerazioni nel Settecento si riscontra che analogamente, non vi era corrispondenza di moneta tra la Roma dell’epoca e gli altri paesi europei. Questo vuol dire che quando i nobili d’Inghilterra, o di Curlandia, storica regione baltica, o gli agenti di Caterina di Russia, tanto per menzionare l’intero spettro europeo, arrivavano a Roma si trovano con una valuta eccezionalmente forte. Alcuni di essi, soprattutto i nobili inglesi - grazie anche alla Compagnia delle Indie ed ai commerci d’oltremare- riescono a mettere insieme dei capitali inimmaginabili per la Roma di allora e spendono con molta disinvoltura 5000-6000 scudi romani che corrispondevano a una somma percepita da un funzionario romano con lo stipendio di numerosissimi anni di lavoro, forse di una vita di lavoro!
Per fare un esempio curioso, si può tener presente che con 25000-30000 scudi si poteva acquistare un feudo con castello marchionale e entrare a far parte dell’aristocrazia!
Professore, ci può tracciare il profilo di un collezionista tipico del ‘700?
Sostanzialmente i profili sono due. Vi sono nobili romani o dello stato pontificio che si trasferiscono a Roma con le proprie collezioni, generalmente trasmesse loro dagli avi, e che si aggiornano su un singolo pezzo che può mancare alla loro collezione, oppure si interessano all’arte contemporanea acquistando direttamente nello studio o assumendo un artista da mettersi in casa a lavorare per lui. Oppure vi sono degli “homines novi” che hanno bisogno di una collezione ex novo da esibire per ostentare la loro posizione e lo stato di benessere raggiunto. Questo naturalmente per quanto riguarda il collezionismo di alta fascia.
A questo quadro d’insieme io aggiungerei la costituzione di una serie di patrimoni pittorici destinati ad andare perduti nel giro di una o due generazioni, perché passano di moda o cambiano proprietario. Collezioni che non esistono più, di cui si ha traccia solo attraverso documentazioni, formate da quadri di valore più modesto, fino a poche manciate di scudi, ma che testimoniano un consumo d’arte davvero capillare. È questo l’autentico volano dell’economia artistica romana e non solo. Dobbiamo, quindi, tenere presenti più piani, quello dei consumi culturali, ma anche quello della storia dell’arte e del collezionismo tradizionale. Piani tra i quali ci sono dei continui travasi tra l’uno e l’altro, senza soluzione di continuità.
Esistono molte diversità rispetto al mercato attuale?
I meccanismi base del mercato sono rimasti gli stessi, e anche alcuni strumenti. Se parliamo per esempio di aste pensiamo a una cosa dell’oggi, mentre le famose Christie’s e Sotheby’s nascono proprio nel ‘700. In realtà alcuni aspetti cambiano sicuramente, perché devono adattarsi ai gusti e alle abitudini dell’uomo moderno rispetto a quello del ‘700, ma le molle propulsive rimangono le stesse. Vi è quindi una sostanziale continuità che fa emergerle la modernità di questo secolo.



