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Intervista a Massimo Minini


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Massimo Minini

Alla vigilia di Arte Fiera 2018 ho avuto il piacere di intervistare per “Collezionare” Massimo Minini, gallerista e presidente di Brescia Musei, insignito lo scorso giugno a Basilea di un premio alla carriera.
A Art Basel 2017 ha ricevuto il prestigioso F.E.A.G.A. Award per “i successi ottenuti e per aver creato e diretto una galleria di alto livello”: un bel modo per festeggiare 44 anni di attività!

Come è cambiato il mestiere di gallerista in questi anni e cosa serve oggi per sopravvivere in un mondo dell’arte sempre più competitivo?
I risultati si costruiscono nel corso del tempo, non sono mai immediati ma sono frutto di una costanza, un rigore quotidiano nello svolgere la propria attività. Nulla è stato mai lasciato al caso, ho sempre programmato la mia attività con fermezza e determinazione. Sono cambiati i rapporti interpersonali in primis, il modo di comunicare, di gestire le trattative, di proporre eventi sempre di altissimo livello, ma in fin dei conti le cose che servono sono sempre le stesse, cito in ordine decrescente, occhio, naso, fortuna, orecchio, intuizione e soldi.

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PARTICOLARE Immagine dell’espozione in corso fino al 21 gennaio 2018 alla Galleria Massimo Minini: Antonio Marras, seipersei, November 2017, Exhibition View © Gilberti Petrò

Molti galleristi lamentano che sia stata loro immeritatamente preclusa la partecipazione a importantissimi eventi fieristici internazionali, compromettendone le possibilità di crescita e soprattutto togliendo visibilità ai nostri artisti italiani. Qual è la sua opinione a riguardo?
In eventi fieristici dove vengono registrate 50.000 presenze non diviene solo importante ma è fondamentale esserci. La fiera è un’occasione per incontrare i clienti, per stabilire relazioni dirette e trasmettere sensazioni giuste non solo sugli artisti esposti ma per ribadire la solidità della Galleria e per rafforzarne l’immagine. Perdere una fiera importante significa perdere posizioni, immagine, fatturato. Potremmo dire che un certo associazionismo volto a esercitare il potere e a perseguire i propri interessi in modo fin troppo arbitrario si è installato nelle fiere come nei musei e detta le regole del gioco. Essendo stato io in vari comitati ho capito come funziona, e devo dire che le fiere internazionali ad un certo punto si sono trovate nella condizione di dare una svolta all’immagine. Che si sia d’accordo o meno l’arte di oggi è questa, e una fiera se vuole restare aggiornata ed emergere deve fare i conti con questo. Una fiera non è una società di mutuo soccorso, quindi le domande che l’ente fiera porge al/tramite il comitato non sono a favore delle gallerie ma a favore della fiera. Ci si interroga su che galleria è mai questa, quale immagine proietta di sé nel mondo, che artisti nuovi apporta alla fiera, quali collezionisti la seguono, è meglio una media galleria di un paese non rappresentato o la trentesima galleria di un paese molto presente, etc. Le Gallerie che lamentano l’esclusione dovrebbero considerare tutte queste informazioni e prendere delle decisioni nella direzione chiesta dalle fiere, se proprio vogliono essere scelte.

La sua galleria ha iniziato negli anni ‘90 a seguire un gruppo specifico di artisti che, in quel momento, si stava distinguendo sulla nostra scena artistica. Penso a Eva Marisaldi, Stefano Arienti, Mario Airò. Per non parlare di Maurizio Cattelan o Vanessa Beecroft. Se si escludono quest’ultimi, molti di loro avrebbero forse meritato di più rispetto a quanto hanno saputo raccogliere fino ad oggi, in particolare all’estero. Crede che ci si possa aspettare una loro rivalutazione nel medio-breve periodo?
Gli artisti italiani non si muovono abbastanza , spesso non parlano altre lingue o le parlano male che è ancora peggio.
L’economia che li sostiene è debole. I collezionisti tendono a deprimere i prezzi per pagare meno. I musei non acquistano. Non ci sono le condizioni per una esplosione. Questa è esclusivamente affidata alla bravura e volontà dei singoli. Quando l’artista è bravo, intelligente, furbo e si dà un gran daffare con questi quattro corni del dilemma ce la fa. I nostri possiedono il più delle volte uno al massimo due di questi attributi, quindi è tutto molto più difficile per loro.

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PARTICOLARE DI: Massimo Minini, photo by Elisabetta Catalano

Fin qui abbiamo parlato di artisti, fiere... poi ci sono loro... i collezionisti. Oggi l’arte contemporanea è sempre meno un mondo per soli addetti ai lavori e si parla spesso di arte come investimento e/o “bene rifugio”. Qual è la sua opinione in merito e che consiglio darebbe a chi oggi si avvicina al mondo del collezionismo?
In Italia di collezionisti ce ne sono tantissimi piccoli, ma anche medi e grandi. Io avevo un muratore con una piccola collezione molto precisa, un disegno di Fontana ad esempio, incredibile no ?!
L’arte è ancora accessibile al ceto medio. Ci sono sì i record milionari, ma ci sono altresì opere bellissime che costano poco. Non bisogna farsi distrarre dai top lot.
Quelli lasciamoli agli sceicchi. L’arte non è fatta per fare guadagnare soldi. E’ un’altra cosa. Poi ci siamo accorti che “funzionava” anche come investimento e apriti cielo. Ci si sono buttati sopra tutti. Si sono buttati sul contemporaneo lasciando cadere/ignorando l’antico. Bene questo è il momento di comprare arte antica, costa niente!


Roberto Brunelli
www.brunelliroberto.it

 

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